Ci sono Ferrari che si restaurano, Ferrari che si celebrano e Ferrari che, semplicemente, si conservano. La 250 GTO 3729GT, protagonista dell’asta Mecum di Kissimmee (6–18 gennaio), appartiene con decisione all’ultima categoria. Ed è proprio questo dettaglio –più ancora del prezzo potenziale– a renderla una delle GTO più affascinanti mai apparse sul mercato.
Non è un caso se vedendola dal vivo, come ci è capitato ad Hampton Court nel 2024, non dava non si ha l’impressione di un trofeo ben lucidato per impressionare, ma di una macchina che ha vissuto davvero. La vernice Bianco Speciale, lontana anni luce dal rosso rituale da poster, racconta una storia diversa: quella di una GTO usata, sviluppata, adattata e rispettata, senza mai essere snaturata da un restauro invasivo.

La 250 GTO, inutile girarci intorno, è per molti la Ferrari definitiva. Nata tra il 1962 e il 1964 in meno di 40 esemplari, tutti con qualcosa di unico, era l’arma scelta da Maranello per dominare il Campionato Internazionale GT. Aerodinamica evoluta in galleria del vento quando ancora pochi sapevano cosa fosse, telaio leggero e il magnifico V12 Tipo 168/62 Comp da 2.953 cc, circa 300 CV, cinque marce e una resistenza pensata per vincere.
Il telaio 3729GT è unico anche per un altro motivo: è l’unica GTO consegnata nuova in Bianco, su richiesta di John Coombs, uno dei team owner più raffinati e competenti dell’epoca. Non un capriccio estetico, ma la scelta di chi correva davvero. Le modifiche introdotte da Coombs – feritoie sul cofano, terza presa d’aria, sistema di ventilazione dell’abitacolo collegato a un faro – sono ancora lì, a ricordare che questa Ferrari non è mai stata pensata come un feticcio da salotto.
Il palmarès parla da solo: vittorie di classe, secondi posti importanti, tra cui un RAC Tourist Trophy di Goodwood chiuso due volte seconda assoluta, alla guida piloti come Graham Hill, Mike Parkes, Roy Salvadori, Richie Ginther. Talmente efficace da essere prestata persino alla Jaguar per test comparativi contro la E-Type, ovviamente senza confronto.

Dopo le corse, una vita da collezione intelligente, non ossessiva. Proprietari illustri, tra cui Jack Sears per quasi trent’anni, e dal 1999 nella Jon Shirley Collection. Mai restaurata in senso dogmatico, ma mantenuta, riparata e rifinita quando serviva. Certificata Ferrari Classiche Red Book, utilizzata regolarmente nei contesti giusti: Pebble Beach, Cavallino Classic, Goodwood Revival e il già citato Hampton Courts.
Ed è proprio questo equilibrio – tra uso, storia e autenticità – che oggi spinge la stima verso cifre astronomiche. Sessanta milioni non per una Ferrari perfetta, ma per una Ferrari vera. E, nel mondo sempre più artificiale delle auto da concorso, è forse il lusso più raro di tutti.
